E' NATO UN FIORE .............................................

 

Ogni mese il convento di Viale Piave,2 comunica a tutti i fedeli tramite un pieghevole le ricorrenze e gli avvisi del mese.

Da parte nostra riportiamo nel sito questa iniziativa.

Una favola per il nuovo anno 2012: 

Ogni mattina il potente e ricchissimo re di Bengodi riceveva l'omaggio dei suoi sudditi. Aveva conquistato tutto il conquistabile e si annoiava un po'. In mezzo agli altri, puntuale ogni mattina, arrivava anche un silenzioso mendicante, che portava al re una mela. Poi, sempre in silenzio, si ritirava.

Il re, abituato a ricevere ben altri regali, con un gesto un po' infastidito, accettava il dono, ma appena il mendicante voltava le spalle cominciava a deriderlo, imitato da tutta la corte. Il mendicante però non si scoraggiava. Tornava ogni mattina a consegnare nelle mani del re il suo dono.

Il re lo prendeva e lo deponeva macchinalmente in una cesta posta accanto al trono. La cesta conteneva tutte le mele portate dal mendicante con gentilezza e pazienza. E ormai straripava.

Un giorno la scimmia prediletta dal re prese uno di quei frutti e gli diede un morso, poi lo gettò sputacchiando ai piedi del re: il sovrano, sorpreso, vide apparire nel cuore della mela una perla iridescente. Fece subito aprire tutti i frutti accumulati nella cesta e trovò all'interno di ogni mela una perla. Meravigliato, il re fece chiamare lo strano mendicante e lo interrogò.

"Ti ho portato questi doni, sire - rispose l'uomo - per farti comprendere che la vita ti offre ogni mattina un regalo straordinario, che tu dimentichi e butti via, perché sei circondato da troppe ricchezze. Questo regalo è il nuovo giorno che comincia".

 

Buon anno!

 

IL SENSO DEL NATALE

meraviglia, gratitudine, distacco

 

 

Il cardinale Carlo Maria Martini a proposito della festa di Natale ha affermato, con profonda onestà intellettuale,  “benché il Natale sia una splendida manifestazione della gloria di Dio in Cristo e del suo amore per noi, i discorsi che si fanno a partire dal Natale sanno spesso di buonismo e di speranza a buon mercato. Essi sono un segno di poca lealtà con se stessi e con gli altri. Infatti diciamo delle cose che non sono vere e a cui nessuno crede. Ci auguriamo a vicenda lunga vita, felicità, successo, ci facciamo doni che vogliono dire l’affetto che ci portiamo, ma per lo più sappiamo che non è così” [Corriere della Sera , giovedì 23 dicembre 2010, p.15]

 

Non si tratta di una visione pessimista a disprezzo del Natale, ma della percezione della realtà del contesto sociale, umano e religioso nel quale ci accingiamo a vivere tale evento. Sono parole che ci permettono di entrare in un tempo di riflessione per verificare i nostri atteggiamenti, per prendere le distanze da una sorta di frenesia emotiva che il consumismo odierno sollecita insistentemente. Il Cardinale Martini prosegue nella riflessione affermando che si può ricavare il senso autentico del Natale solo mettendosi in ascolto dei Vangeli “in essi, soprattutto nel Vangelo secondo Luca, emerge un progetto di uomo che vive il dono di Dio nella meraviglia, nella gratitudine e nel distacco”. Anche queste sono parole desuete che la società odierna considera come acerrime nemiche rispetto alla logica del mercato, del consumismo quale unica possibilità che dà senso all’esistenza umana.

Parole come “meraviglia, gratitudine e distacco” tracciano un vero e proprio cammino di umanizzazione che trovano in Gesù, nel “bambino avvolte in fasce”, il segno profetico che illumina la storia umana. Gesù, come attesta l’apostolo Paolo nella lettera a Tito, è venuto ad “insegnare a vivere in questo mondo” ( cf Tito 2,11ss), è venuto ad insegnarci a vivere la condizione di “meraviglia”, di stupore. Non si tratta di cercare il meraviglioso nello straordinario, ma lo straordinario nel quotidiano, in ogni gesto umano. 

 

Meraviglia  per il  dono inestimabile della vita, per la bellezza della natura e del creato, per il volto di ogni essere umano. Meraviglia non tanto per i doni che riceviamo ma per chi si dona attraverso i doni. Quanti oggi hanno il tempo per ammirare la natura, la creazione? Siamo avvolti dal cemento, siamo così distratti che non siamo più capaci di vedere la natura, di sentirla nostra, di riconoscerne gli odori. La mancanza di cura nei confronti della natura è segno evidente di quei germi di disumanizzazione che infettano i nostri vissuti. Riprendendo il concetto di dono, non è tanto importante ricevere doni quanto riuscire a cogliere nel dono che riceviamo l’amore che il donatore vuole rende manifesto nei nostri confronti.  Un dono non vale in misura del prezzo stabilito dal mercato  quanto per l’affetto che tramite esso desideriamo manifestare. Il dono è l’occasione per incontrare le persone che ci amano, per accogliere e narrare l’amore che ci lega, per rinnovare i vincoli di comunione. Senza questa attenzione all’umano, al volto dell’altro, a ciò che rende felice l’altro, corriamo il rischio di essere, in maniera particolare durante la festa di Natale, degli ipocriti, dispensatori di falsi messaggi, di luoghi comuni che non scaturiscono dal cuore ma da una mente fredda, demotivata, stanca, appagata dall’effimero e di conseguenza priva di ogni creatività e interesse per l’umano, per il quotidiano. Privi di creatività, di umanità, cerchiamo nella festa la possibilità per fuggire dalla realtà lasciandoci stordire dalle chiacchiere, dai rumori, dalla folla caotica dei supermercati, dal consumare cibo senza apprezzarne il sapore, la qualità, il senso umano.  La festa diventa allora motivo di stress, di angoscia, di fuga da sé per poi  ritornare nella disperazione e nel non senso.

Afferma il Cardinale Martini  nell’articolo sopra citato, “dopo i giorni delle feste tutto ritorna più o meno come prima. E’ come un dirsi reciprocamente “ ce la faremo”, pur sapendo tutti che non è vero”. Dobbiamo imparare l’arte della meraviglia, la forza dello stupore semplice e sincero che scaturisce dal riconoscere la presenza del dono in ciò che viviamo. In realtà, siamo dono a noi stessi, infatti, non ci apparteniamo, nel senso che non siamo noi gli artefici del nostro esistere. La vita è dono, allo stesso modo l’aria che respiriamo, la luce che vediamo, i suoni che ascoltiamo, i sapori che gustiamo, gli oggetti che tocchiamo. Tutti i nostri sensi umani sono coinvolti nel riconoscimento del dono.

 

La seconda parola per un cammino di umanizzazione è “ gratitudine”. Anche questa parola corre il rischio di essere bandita dalla vita concreta così da lasciare sempre più campo libero all’ingratitudine, alla presunzione di possedere, avere, meritare, acquistare. C’è gratitudine dove c’è consapevolezza del dono, della grazia. Così l’angelo si rivolge a Maria “ Rallegrati, piena di grazia, il Signore è con te”. Maria medita sul senso di tale saluto e l’angelo ancora “ Non temere, perché hai trovato grazia presso il Signore”. La grazia, il dono elargito gratuitamente e liberamente da parte di Dio, è alla base del Santo Natale, è il cuore di questa festa. Gli angeli annunciano una “grande gioia…oggi è nato per voi un Salvatore...”. La gioia di Dio si manifesta attraverso il dono del Figlio; la gioia dell’umanità scaturisce nel riconoscere nel bambino avvolte in fascia il Figlio di Dio, il dono dei doni. La gioia di donare e la gioia di accogliere i doni.  La grazia, l’azione libera e gratuita di Dio, scaturiscono da una gioia infinita che si manifesta attraverso un amore infinito da parte del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, per tutta l’umanità. Non c’è gioia senza gratitudine e non c’è gratitudine se non nella gioia. La domanda che si impone per noi che viviamo in un contesto socio-culturale che sempre più  nega alla radice ogni possibilità di vera gioia è la seguente: siamo ancora capaci di gioire? Siamo ancora capaci di far festa?.

A tal proposito, Enzo Bianchi, in una riflessione riportata sul quotidiano La Repubblica del 23 dicembre 2010, si domanda “Riusciamo ancora a segnare un tempo come festivo, diverso dal feriale quotidiano? E, se e quando ci riusciamo, di cosa abbiamo bisogno per distinguerlo dalle ormai sempre più numerose occasioni che abbiamo per festeggiare, stimolati come siamo da un mercato che ci vuole sempre pronti a consumare tempo e danaro in beni fuori dall’ordinario?” Anche questi interrogativi, come le parole del Cardinale Martini, risultano benefiche e creano la possibilità di assumere una mente vigilante, capace di discernimento per  fermarsi ed osservare,  guardarsi dentro, in profondità e ascoltare le risonanze del cuore che la vita determina in noi.  Siamo infatti, il più delle volte, presi dall’abitudine al punto da non essere consapevoli di ciò che facciamo, di come viviamo. Sembriamo come dei veri e propri naufraghi che si lasciano condurre dalle onde del mare senza meta, demotivati, in balia della tempesta. Da qui la capacità di domandarci “ siamo ancora capaci di fare festa”. La domanda è alquanto pertinente considerato che siamo immersi in un perenne festeggiare, godere, acquistare, possedere rispetto, invece,  a un passato ormai trascorso e forse archiviato, dove si distingueva con profonda nitidezza il clima della festa rispetto al tempo feriale. Prosegue Enzo Bianchi “finiamo per credere che ciò che caratterizza la festa debba essere l’eccesso, la ricchezza, il poter spendere per il superfluo, lo stordirci con lo stra-ordinario”. In piena sintonia con il pensiero del Cardinale Martini, il priore di Bose dichiara “eppure, il cuore e la mente ci dicono che per noi la vera festa è fatta di altro, di cose che non si pesano in quantità ma in qualità, che non misurano in estensione ma in profondità: incontri autentici, momenti di condivisione, equilibri di silenzi e parole, tempo offerto all’altro nella gratuità”. Il clima familiare che caratterizza la festa di Natale crea occasione per ritrovarsi insieme con i propri cari e amici e rappresenta un momento particolarmente proficuo per ritrovare il valore dell’incontro, della condivisione, dello scambio sincero di affetto. L’uomo, parafrasando le parole della Scrittura, non vive di soli doni ma di ogni affetto che scaturisce dal cuore di chi ama. Più che offrire qualcosa all’altro attraverso un oggetto, dovremmo scoprire il valore del tempo dato all’altro; tempo per ascoltare, amare, conoscere, soffrire, sostenere, accompagnare, liberare, curare, proteggere, far crescere. La festa è un tempo “altro” rispetto a quello consuetudinario se siamo capaci di donarci in maniera “altra” alle persone. E’ la qualità della relazione umana che rende il frammento, il particolare un evento. E’ l’amore che immette nel tempo l’Eterno, nel finito l’Infinito, nell’umano il divino. Natale, prosegue Enzo Bianchi, “non dovremmo sorprendere l’altro con l’ostentazione della ricchezza o della stravaganza, né stordirlo con l’eccesso, bensì stupirlo e confermarlo con l’amore, l’affetto, l’attenzione che non sempre nel quotidiano troviamo il tempo e il modo di essere esplicitati”.

 

La terza parola citata dal Cardinale Martini è “ distacco”. Si tratta di un atteggiamento, un modo di essere e di vivere che caratterizza l’esistenza umana sin dalla nascita. Il bambino, infatti, nasce, viene alla luce nel segno del distacco significativamente espresso dalla recisione del cordone ombelicale. Distacco da maturare progressivamente affrontando la sofferenza che esso comporta, sino a giungere al distacco radicale che è la morte. Un distacco che non annichilisce ma che sfocia nella resurrezione, nella vita piena. Ogni autentico distacco porta con sé germi di resurrezione, determina un avanzamento verso la maturità umana. Il distacco è necessario per apprezzare il dono, il limite, infatti, garantisce lo sviluppo, mentre la fusione determina processi di regressione. Il distacco alimenta il senso dell’attesa, del desiderio e sviluppa capacità interiori e motivazioni profonde tali da giungere a dominare le pulsioni egoistiche del “tutto e subito”. Il distacco è una vera e propria ascesi del cuore, dello sguardo, della volontà, delle relazioni per creare possibilità di comunione e non di fusione. Gesù nasce in una mangiatoia, in un luogo semplice, ordinario. Entra nel tempo e nello spazio, assume la limitatezza creaturale. Tutto questo avviene per amore e nella libertà. Gesù testimonia un profondo distacco dal miracoloso, dal prodigioso, dal potere, dalla famiglia, dalla falsa religiosità, dall’aspettative delle folle, dalla ricchezza, dal successo, dalla carriera, dal giudizio altrui. Profondo distacco e, al contempo, profonda comunione con il Padre, con ogni essere umano, con la creazione. Gesù, infatti, non s’isola, non si separa dal mondo disprezzandolo, ma assume pienamente la condizione umana facendosi solidale a tutti. Distaccato e al contempo profondamente vicino poiché “ il Regno di Dio si è avvicinato”. Gesù è distaccato dall’egoismo, dall’essere centrato in sé stesso, piuttosto è  tutto proteso verso il Padre e l’umanità. Tale distacco consente di cogliere il senso profondo di ogni cosa e di manifestare profonda gratitudine per l’amore che riceve continuamente dal Padre e per il dono dell’umanità. Gli altri non sono oggetto da manipolare oppure nemici da cui difendersi, ma dono di Dio, luogo della grazia, epifania della Parola di Dio eterna e creatrice.

 

Proviamo anche noi, in occasione di questo Santo Natale a sviluppare un profondo senso di meraviglia, di gratitudine e di distacco per riscoprire il valore delle cose semplici che in quanto tali qualificano la nostra esistenza umana. “Sì, Natale è davvero festa quando l’amore trova spazio e tempo per essere narrato, semplicemente”.

 

 

 

 

I frati minori cappuccini

augurano un sereno Natale del Signore

e un felice Anno nuovo.

 

Il Signore ti dia pace!