Omelia di Padre Francesco Bravi
Veglia delle Stimmate del serafico padre San Francesco
Milano 17 settembre 2011
Anche quest’anno e ancora una volta, noi francescani e tutti noi che siamo qui questa sera, ci incontriamo e ci misuriamo con il mistero delle stimmate del serafico padre Francesco. Un incontro, o forse uno scontro, che non ci può lasciare indifferenti e soprattutto non ci può lasciare tali e quali siamo arrivati a questo appuntamento: è un incontro che ci deve cambiare, che ci deve segnare nel profondo.
Le stimmate, i segni della passione di Cristo sul corpo di Francesco sono il segno singolare mediante il quale si rivela la croce che egli ogni giorno, nel senso più letterale del termine, prendeva su di sé. Non ha forse detto Gesù: “Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua... Chi perderà la propria vita per me, la salverà”? (Lc 9, 23-24). Francesco abbracciò tutta la verità di tale paradosso. Il Vangelo fu per Lui pane quotidiano. Ha detto Giovanni Paolo II nella sua visita alla Verna nel settembre del 1993: “ Non si limitava a leggerne le parole ma attraverso le espressioni del testo rivelato andava alla scoperta di Colui che è il Vangelo stesso. In Cristo, infatti, si svela fino in fondo la divina economia: “perdere” e “guadagnare” nel senso definitivo ed assoluto. Con la sua esistenza Francesco annunciò e continua ad annunziare anche oggi la parola salvatrice del Vangelo”. Le stimmate del poverello sono dunque una pagina di Vangelo vissuto, di un Vangelo accolto e sperimentato per tutta la vita, sono la sintesi di un’esistenza centrata in e su Cristo Signore. Le stimmate dicono che per Francesco Gesù non è solo un insegnamento ma una presenza viva. Comprendiamo perché Bonaventura alla fine del racconto delle stimmate afferma: “ Il verace amore di Cristo aveva trasformato l’amante nell’immagine stessa dell’Amato” ( LegM XIII,5 ). Metterci dunque davanti alle stimmate di Francesco è, per noi francescani in particolare, metterci davanti a ciò che dovrebbe dare forma a tutta la nostra vita e cioè il vivere secondo il santo Vangelo.
Incontro o scontro dunque …….o forse più semplicemente purificante presa di coscienza della nostra povertà e rinnovato desiderio di percorrere anche noi finalmente e con decisione la via del Vangelo
Questa sera poi ci avviciniamo allo stimmatizzato della Verna con gli occhi e con il cuore di Chiara in questo tempo di grazia che ricorda gli ottocento anni dell’inizio della sua vita evangelica. Uno sguardo su Francesco a partire dall’esperienza della “ pianticella” che centrata in Cristo ci aiuta a fissare lo sguardo su Cristo Signore vera ed unica passione che ha unificato i cammini dei due santi di Assisi.
Nel cammino della contemplazione Chiara, nel brano della seconda lettera a S. Agnese che abbiamo meditato in questa veglia ( FF 2879 ), indica un primo movimento, espresso con i verbi “ mira, vedi, guarda”. Un invito a uno sguardo caldo e penetrante, non solo degli occhi esteriori ma con gli occhi del cuore. Tutta la persona, corpo, anima, spirito, è coinvolta in questo sguardo, ma quando i sentimenti non partecipano non si è impediti dal viverlo, perché è la volontà l’agente principale, anche se si sente prevenuta dal Signore che l’attrae. L’importante è non perdere mai di vista quell’ardente desiderio che sta alla base della risposta all’amore preveniente e gratuito. L’oggetto di questo sguardo è naturalmente innanzitutto Cristo povero, visto nella nudità della croce ( cf. 2 LAg 19 – 20 ) in cui si considerano soprattutto l’umiltà e la povertà. C’è sempre uno stupore indicibile di fronte all’abbassamento dello Sposo ( cf. 1 LAg 19 – 20 ), ma anche la gioia di aver trovato il tesoro della vita: “ e ti ammiro stringere a te, mediante l’umiltà, con la forza della fede e le braccia della povertà, il tesoro incomparabile, nascosto nel campo del mondo e dei cuori umani, col quale si compra Colui che dal nulla trasse tutte le cose” ( 3 LAg 7 ).
Il secondo movimento è indicato poi dal verbo medita o meglio considera. Si tratta di una riflessione profonda che si avvicina all’atteggiamento di Maria che confrontava gli avvenimenti di suo Figlio nel suo cuore. Entra qui in azione la mente, che è l’intelligenza illuminata dalla grazia, che va collocata, posta cioè stabilmente, davanti allo Specchio che è il Signore Gesù Cristo in tutto il suo mistero di abbassamento e di gloria ( cf. 3 LAg 12 ). E’ attività conoscitiva in senso esperienziale che fa penetrare nel mistero di Lui. E’ un lasciar penetrare nell’intimo la realtà profonda della redenzione. Si tratta di un atteggiamento abituale di Chiara che considera, confronta, medita la propria vocazione, i doni di Dio, la trama della vita, la propria fragilità, il suo servizio di abbadessa. E’ quindi un’attitudine a vivere la vita all’interno, mettendo tutte le facoltà al servizio dell’unione amorosa con Dio che si riversa nella vita.
Il terzo movimento è segnato dal verbo contempla: è un rimanere in Cristo lasciandosi trasformare da Lui ( cf. 3LAg 12 – 13 ); movimento che comporta l’attiva partecipazione della persona nel non porre ostacoli e si comprende meglio risalendo al passo paolino della seconda lettera ai Corinti: “ E noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito del Signore” ( 3,18 ). In questo testo, l’immagine dello specchio viene applicata a noi che dallo Spirito del Signore siamo resi immagine di Cristo e trasparenza della sua presenza. E’ questo infatti il senso della contemplazione: trasformare in Cristo, far crescere fino alla statura di Cristo, per essere interiormente conformati a Lui, certi che come afferma Sant’Agostino: “ Non solo siamo stati fatti cristiani, siamo stati fatti Cristo”. Ecco perché Chiara afferma con decisione: “ Lasciati, dunque, o regina sposa del celeste Re, bruciare sempre più fortemente da questo ardore di carità”.(4 LAg 27 ).
Ne consegue il quarto ed ultimo movimento: “desiderando di imitarlo”. Lo sguardo fisso e continuo sul Signore Gesù, contemplato nel suo mistero di passione e morte, rende possibile la sequela. Seguire Gesù, nostra via, è percorrere continuamente la sua stesa via, o meglio percorre continuamente Lui, bramando di imitarlo. Solo così possiamo evitare anche noi la tentazione di Pietro di divenire satana, cioè tentatori a noi stessi, non seguendo più le orme del Figlio di Dio, ma i nostri passi. La contemplazione e la conformità a Cristo povero visto nella nudità della croce ci rimanda, in Chiara, alla perfezione del santo Vangelo. Nella Forma di Vita, Francesco, descrivendo la vita di Chiara e delle sorelle, tra le altre parole che usa, dice che loro hanno scelto “ di vivere secondo la perfezione del santo vangelo” ( Fv ). Il nocciolo della vocazione francescana è dunque vivere il Vangelo, fare del Vangelo la propria regola di vita, assumere la mentalità del Vangelo. Ma per Chiara e Francesco il Vangelo è la persona stessa di Gesù Cristo, è la sua vita, ogni suo gesto, ma soprattutto la sua donazione d’amore sulla croce. Tutto quello che ha detto, fatto e insegnato diviene norma concreta di vita per quella passione d’amore che porta ad attuare tutto quello che si trova nel Figlio diletto.
Ecco svelato nella sua profondità il mistero delle stimmate del serafico padre: guardando, meditando, contemplando e desiderando di imitare il Cristo nella sua passione si giunge ad essere simili a Lui. È tutto qui il segreto di Francesco e nella sua disarmante semplicità questa sera, a noi che ancora una volta ci incontriamo o scontriamo con le sue stimmate, ci ripete: “ Io ho fatto la mia parte; la vostra, Cristo ve la insegni” ( LegM XIV, 3 ).

